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MES: TUTTO QUELLO CHE DEVI SAPERE SUL MECCANISMO EUROPEO DI STABILITA'

Che cos'è? Perché se ne sta parlando?

A “mes” in a bottle: proprio così. In questi giorni a scaldare i tavoli del governo c’è un nuovo tema, oltre al caso ex Ilva e alla bozza della Legge di Bilancio.

Si tratta del MES, acronimo per “Meccanismo Europeo di Stabilità”, di cui la maggioranza vuole approvare una riforma nel 2020.

Di che cosa si tratta e perché sta facendo così tanto parlare?

Facciamo un passo indietro.

Che cos’è il MES?

Da dove provengono i fondi di cassa del MES?

Come si ottiene un finanziamento dal MES?

Perché si sta parlando del MES?

Che cosa prevede la riforma del MES?

 

Che cos’è il MES?

Il MES è un’organizzazione intergovernativa istituita da Angela Merkel nel 2012, quando la crisi dello spread stava per precipitare in tutti i Paesi dell’Eurozona. Lo scopo di questo ente, detto anche “Fondo Salva Stati”, è di aiutare i Paesi in difficoltà economica concedendo loro prestiti a condizioni agevolate.

 

Da dove provengono i fondi di cassa del MES?

Proprio dai 19 Paesi dell’euro, che hanno versato al MES una quota proporzionale al peso delle loro economie nell’Eurozona. Ovviamente, ad avere da sola potere di veto su ogni finanziamento agli Stati in difficoltà è, con una quota di maggioranza del 27%, la Germania, essendo il MES un ente dello Stato tedesco che non ha voluto essere condizionato dalla Commissione e dal Parlamento UE. Non a caso, l’organizzazione ha sede nel paradiso fiscale del Lussemburgo.

Ciò significa che le decisioni prese per ogni operazione di finanziamento sono di matrice tedesca, ma i soldi del Fondo intergovernativo (circa € 80 Mld) appartengono anche agli altri Paesi, tra cui il nostro, che ha versato ben € 14,3 Mld. Emettendo titoli con la garanzia degli Stati membri, inoltre, il MES può raccogliere sui mercati fino a € 700 miliardi.

 

Come si ottiene un finanziamento dal MES?

Per ricevere aiuto dal MES, lo Stato richiedente deve accettare un piano di riforme sorvegliato dalla Troika, il comitato costituito da Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale, piano che prevede però l’adozione di una serie di misure impopolari, quali taglio della spesa pubblica, aumento delle tasse, nuove leggi sul lavoro, liberalizzazione o privatizzazione di enti, per rendere nuovamente sostenibili i conti pubblici. In altre parole, è l'Europa che decide la linea politica del paese in crisi. Ad oggi, hanno usufruito dei programmi di aiuto stanziati dal MES Caso Cipro, Portogallo, Irlanda, Spagna e Grecia.

Caso emblematico è proprio quello greco, che registra ancora il 25% in meno del PIL rispetto ai livelli pre-crisi nonostante il Fondo Europeo di Stabilità sia intervenuto a supporto della Troika: ad oggi, la Grecia non può considerarsi di fatto uno Stato sovrano perché è stato costretto a cedere gran parte del proprio patrimonio a società tedesche, italiane, cinesi, ecc..

 

Da qui il dilemma: il MES è un salvagente per gli Stati a rischio di default o un sistema che rischia di limitare la libertà degli Stati dell’Eurozona? È realmente utile?

Se inizialmente il MES è stato apprezzato da molti, perché ha rappresentato un primo tentativo di dotare i Paesi dell’euro di un organico che affrontasse le crisi economiche, oltre a un concreto tentativo di rendere l’Eurozona più economicamente unita e solidale, c’è chi ritiene che l’ESM non sia uno strumento sufficiente - la situazione greca ne è un esempio - e chi invece teme che meccanismi come il MES possano spingere i Paesi a rischio crisi a spendere più di quanto possono, convinti di essere poi salvati grazie al Fondo Europeo di Stabilità.

 

Perché si sta parlando del MES?

Il MES è al centro degli ultimi dibattiti del governo perché l’anno prossimo il presidente del Consiglio Giuseppe Conte vorrebbe far ratificare dal parlamento italiano una riforma riguardante il Fondo Europeo di Stabilità.

Lo scorso giugno, infatti, è stata varata una revisione delle regole del MES, la cui approvazione definitiva avverrà a dicembre, in sede di un’ultima riunione dei capi di governo dell’Eurozona. La polemica in Italia è accesa da giorni, soprattutto perché Lega Nord, Fratelli d’Italia e del M5S sono contrari alla riforma.

Affinché il testo del MES sia modificato, è necessaria l’unanimità di tutti i capi di Stato e di governo e, successivamente, l'approvazione di tutti i Parlamenti nazionali.

 

Che cosa prevede la riforma del MES?

Per accedere agli aiuti del Fondo, i Paesi in difficoltà non saranno tenuti a firmare un accordo che indica le riforme da adottare, bensì una lettera di intenti, a eccezione dei Paesi che non rispettano i parametri di Maastricht. Il dibattito sorge proprio qui: essendo ben 10 su 19 gli Stati che non rientrano nei parametri di Maastricht - l’Italia è tra questi - l’approvazione della riforma non avrebbe alcun senso dal momento che il nostro Paese non ne trarrebbe alcun vantaggio.

Al MES sarà inoltre assegnato il compito di esprimersi sulla sostenibilità dei debiti pubblici dei Paesi dell’euro: se il debito pubblico di un Paese è giudicato a rischio di sostenibilità o insostenibile, potrebbero essere chiesti criteri più severi per accedere agli aiuti. In tema di debito pubblico, si parla anche di ristrutturazione dello stesso, ossia di una riduzione concordata del valore del prestito erogato allo Stato per i Paesi che chiedono aiuto al MES. Questa semplificazione prevede un solo voto dei creditori ed entrerà in vigore nel 2022, con il risvolto negativo di portare i prestatori a chiedere interessi troppo alti rispetto alle possibilità economiche del Paese che ha ricevuto l'aiuto per via di un complesso sistema di compravendita di titoli di Stato. Ciò comporterebbe un aumento del costo del servizio del debito pubblico.

Su una questione però i paesi deboli ottenuto una piccola vittoria: stiamo parlando del backstop per il Fondo di risoluzione unico, cioè un fondo finanziato dalle banche europee per aiutare gli istituti finanziari in difficoltà. In questo modo il MES potrà finanziare il Fondo di risoluzione fino a € 55 miliardi e le banche, soprattutto quelle periferiche d’Europa, diventeranno più sicure.

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